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ARDUINO

Agosto 26th, 2009 · No Comments

Come quelle tempeste che alle volte sconvolgono i mari, senza lasciar scampo ai naviganti, così è stato per Arduino travolto non dalle onde (che conosceva bene), ma da un fulmineo male. Arduino era il suo nome il suo cognome, Rossi, ben pochi lo conoscevano: per tutti era solo Arduino. Arduino e basta. La tragedia lo ha colto proprio nel momento più sereno della sua vita quando, due mesi fa, la giovane moglie Isoletta lo aveva reso felice regalandogli Leonardo. Da anni, Arduino, era titolare del Diving Center Mr. Blu con sede presso la Costa ei Gabbiani: Centro nel quale aveva profuso ogni sua energia, portandolo ad essere uno dei migliori dell’Isola d’Elba. I numerosi frequentatori hanno potuto conoscere le sue non comuni capacità tecniche accentuate dalle sue doti umane: un sub, istruttore, umile, buono e alla buona.Increduli, vorremo dare un senso ad una così improvvisa dipartita, e anche se a noi, poveri mortali, non è dato conoscere i disegni divini, ci piace pensare che Arduino sia stato chiamato per assolvere a compiti che, neanche lassù, così evoluti, riescono a proporre. Vogliamo anche supporre che tra questi compiti figuri l’organizzazione, nei mari celesti, di un DIVING CENTER riservato ai buoni; questa supposizione ci rende meno tristi, sicuri che saprà assolvere nei migliori modi a questo non facile compito.Ciao Arduino, fatti onore: sarai anche lì apprezzato come lo sei stato nel tuo breve soggiorno qui sulla terra, tra di noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerti.E.E.

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AUGURI

Dicembre 23rd, 2008 · No Comments

  Perognicosac’è unmomento:c’è un tempo per tutto ciò che accade sotto il cielo; c’è un tempo per nasceree un tempo per morire; un tempo per piantare gli alberi e un tempo per sradicarli; un tempo per ammalarsi e un tempo per guarire; un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per gemere e un tempo per ballare; un tempo per gettar sassi e un tempo per raccoglierli; un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per serbare e un tempo perbuttar via; un tempo per stracciare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amaree un tempo per odiare; un tempo per la guerra e un tempo per la pace;un tempo pernoi e un tempo

per gli altri.

(bibbia quèlet, cap. 3)

C’è poi un tempo per gli scongiuri

ed un tempo per gli auguri:questo!

AUGURI, allora! Per un sereno NATALE

ed un felice ANNO NUOVO.

Costa dei Gabbiani

     

 .

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Attenzione agli incendi

Agosto 7th, 2008 · No Comments

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Dissertazioni sugli incendi verificatisi 10 anni faalla Costa dei Gabbiani_______________________Gli incendi verificatisi l’11 agosto ed il 5 settembre 1998 devastarono il monte Calamita, arrivarono al villaggio, giungendo, poi, fino giù alle Ripalte, per un’estensione che si  può valutare in circa 1000 ha. Certamente si trattò di incendi dolosi sui quali indagarono le Autorità nella speranza di poter assicurare alla giustizia gli autori di questi gravi crimini. Ma ci furono solo supposizioni, e nessuna certezza.Le motivazioni che avrebbero spinto i piromani a queste demenziali imprese, possono essere state di varie natura, ma, in sintesi gli autori furono considerati uomini in rivolta contro il mondo. Rappresentarono una protesta ecologica rovesciata: distruggere la natura per distruggere la società, esprimendo il male nella sua dimensione peggiore, una raffinata forma di terrorismo, una rivolta che né  psicologia, né sociologia riescono a spiegare. E, proprio per questo, furono, e sono, un fenomeno inafferrabile perché costantemente riproducibile. Ovvio, altre potrebbero essere state le motivazioni, ma qualunque queste fossero, gli autori di un così barbaro delitto contro la natura, riuscirono pienamente nel loro malvagio intento. Ed i risultati furono purtroppo assai vistosi. Un danno non solo economico, ma soprattutto un danno morale.Un ecosistema sparito, un microcosmo favorito e curato con amore, un pezzo di isola, forse il più bello, ma certamente il più conservato, improvvisamente scomparso: un patrimonio di cui la Società Vallorita (in gran parte proprietaria del territorio devastato) andava orgogliosa assieme a tutti gli elbani. Un patrimonio che con una più adeguata ed attenta prevenzione poteva essere salvato: anche perché era un disastro prevedibile. Come del resto è prevedibile che qualche altro demente possa riprovarci. E’ pur vero che una maggiore coordinazione e organizzazione tra i vari (troppi!) organi preposti, avrebbero senz’altro consentito e conseguito risultati migliori, ma speriamo che a distanza di dieci anni, e sulle esperienze conseguite in molti altri simili casi (che immancabilmente si ripetono ogni anno) si possa giungere alla loro eliminazione, o perlomeno alla loro limitazione. Per fortuna le incredibili risorse della natura hanno consentito di cancellare le vastissime ferite inferte dal fuoco: ora la Costa dei Gabbiani ha riacquistato l’antico splendore che la caratterizza e che la rende un unicum difficilmente ripetibile.   

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Napoleone all’Isola d’Elba

Luglio 28th, 2008 · No Comments

 NAPOLEONE all’ISOLA d’ELBA 

La nefasta campagna di Russia, l’umiliante sconfitta di Lipsia, l’entrata a Parigi (31 marzo 1814)  delle forze coalizzate di Prussia, Austria e Russia, decretarono la fine di Napoleone. L’imperatore, all’annuncio che gli veniva imposta l’abdicazione, voleva ricorrere ancora una volta alle armi. Constatato però che i suoi generali non erano disposti a  seguirlo, firmò l’abdicazione senza condizioni. Abbandonato quasi da tutti, rimasto solo a Fontainebleau, Napoleone attese di conoscere il suo destino. Intanto, a Parigi, il Senato acclamò il ritorno di Luigi XVIII, mentre la coalizione destinava l’ex imperatore al dorato esilio dell’isola d’Elba. Napoleone giunge a Portoferraio il 3 maggio sulla fregata Undaunted, incerto sull’accoglienza che poteva riservagli la popolazione, avendo questa manifestato più volte sentimenti di ostilità verso i francesi. Invece gli elbani lo accolgono con molta cordialità: gli vengono consegnate le chiavi della città, e, assieme alle autorità, si reca alla Pieve dove il vicario generale, monsignor Arrighi, celebra il Te Deum. Per qualche settimana è costretto ad alloggiare nei locali della Biscotteria, non essendo stato possibile approntare in tempo la villa dei Mulini, dove poi risiederà fino alla conclusione della sua permanenza elbana. Privato della coccarda e della bandiera francese, ne progetta un’altra: bianca, attraversata obliquamente da una banda rossa sulla quale campeggiano tre api dorate. La sua guarnigione è composta da circa 500 soldati, ai quali si aggiungeranno in seguito un battaglione francese ed uno corso: un piccolo esercito, insomma che non può certo soddisfare un uomo che era stato a capo di eserciti immensi. La permanenza all’Elba è sorvegliata dalla guarnigione inglese comandata dal colonnello Campbell: ma, come vedremo, non sarà sufficiente ad ostacolare la fuga dell’inquieto ex imperatore. Napoleone si occupa di tutto: organizza la raccolta dei rifiuti, fa costruire nuove strade, da nuovo impulso alle miniere, riscuote contributi ed imposte assai contestate dagli elbani. Specialmente Capoliveri, sempre fiera e indipendente, si oppone decisamente ai balzelli richiesti, tanto che per riscuoterli deve intervenire l’esercito. La vita di corte è scandita da precisi orari che lasciano poco spazio alla noia. L’affettuosa presenza della madre e della sorella Paolina alleviano non poco la solitudine in cui l’aveva lasciato la sua ingrata corte. Effettua giornalmente lunghe cavalcate con i cavalli cui dispone la sua nutrita scuderia (10 cavalli da sella, e quasi 50 da traino). Si reca spesso nella vallata di San Martino per sovrintendere ai lavoro di ripristino di una vecchia casa, che poi la abiterà solo per brevi periodi. La sua vicenda amorosa con Maria Walenska, si riaccende per pochi giorni quando la principessa arriva di nascosto, con il loro figlio, sbarcando di notte in un’insenatura nei pressi di Portoferraio. Il loro soggiorno a Madonna del Monte rafforzerà i mai sopiti sentimenti di Napoleone verso la madre di suo figlio. Abituato alle immense ricchezze cui poteva disporre a Parigi, all’Elba deve invece lesinare su tutto a causa anche della mancata corresponsione dei due milioni di franchi annui  a suo tempo assegnatigli. L’Isola diventa però sempre più stretta per lui: medita quindi la fuga senza darne la minima apparenza. Quando però viene a sapere che il Congresso, adunato a Vienna il 1° novembre, decide di esiliarlo in un luogo meno accessibile, comincia ad organizzare, nel massimo segreto, la sua partenza verso un destino che gli risulterà fatale. E’ il 26 febbraio 1815 quando, approfittando della momentanea assenza del suo “carceriere” colonnello Campbell (che si era recato a Livorno), s’imbarca sul brigantino Incostant dopo il ballo di carnevale dato al teatro dei Vigilanti (tuttora esistente a Portoferraio). Il brigantino è preceduto e seguito da altre imbarcazioni sulle quali avevano preso posto 600 i fedelissimi granatieri. Ha quindi inizio quella avventata fuga che lo porterà, abbandonato ed ammalato, all’isola di sant’Elena, decretando così l’impietosa e avventurosa fine di quel grande uomo che fu Napoleone Bonaparte.

  

e.e.

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Arrampicare alla Costa dei Gabbiani

Luglio 18th, 2008 · No Comments

ARRAMPICARE alla COSTA dei GABBIANI 

 Penso che non sono molti coloro che conoscono l’Elba quale ideale luogo per praticare l’arrampicata sportiva: eppure, scogli, monti, falesie, inducono a proporre questa magica isola non solo dal lato marinaro, ma anche da quello alpestre. Forse la particolare atmosfera, forse il fascino che sempre esercita il mare, forse il solido granito, sono i componenti che fanno apprezzare l’altra dimensione di questo pezzo di terra sporgente dalle acque.

 

Molti sono i luoghi dove è possibile praticare il freeclimbing (Chiessi-San Bartolomeo, Sant’Andrea, Lacona, ecc. ecc.), ma per ora ci soffermiamo sulla punta sud-orientale di Capoliveri: la Costa dei Gabbiani. Quì mare e monti si confondono in un unicum, tanto da pensare che in questo luogo, la natura abbia attirato a sé tutte le sue migliori risorse per far gustare, anche a coloro che amano distendersi sulle assolate spiagge, i tanti itinerari che le splendide scogliere a iosa propongono: itinerari spesso simili tra loro, ma diversi uno dall’altro. Troppo lungo sarebbe il descriverli tutti, perciò ci soffermeremo solo sulle tre più conosciute falesie. In quest’isola di isola é pure possibile praticare le meno impegnative escursioni: escursioni che potranno essere apprezzate non solo da chi cerca nella quiete il riposo, ma anche da chi cerca nella pratica sportiva un riposo più forte. Rimandiamo ad altra occasione la conoscenza di questi itinerari.

 

La Baia dei Pirati massiccia, ermafrodita, invitante, simboleggia la forza del maschio e la grazia femminile; le pareti della spiaggia del Ginepro: belle, eleganti (striate come sono dalle bianche apliti granitiche), non tutte facili da salire, e forse per questo le piu’ corteggiate; la falesia di Remaiolo: bellissima, affascinante, supponente, dalla spiccata personalità, femminea, avvincente, non sono molti quelli che riescono a conquistarla! Eppoi, proprio sotto, il mare muto testimone di tanti tentativi, di tanti fallimenti, di tante imprese di chi, con molta fatica, osando, è riuscito a salire quelle pareti. Arrampicare qui è sentirsi fuori dal mondo, con il rumore delle onde che scandiscono il tempo: soli in mezzo ad incredibili bellezze. Tra i primi a scoprire queste singolari possibilità arrampicatorie, ed a chiodare qualche via (salendole in stile alpino) è stato Ezio Etrari istruttore d’alpinismo, ed allora (primi anni del 1990) direttore della Costa dei Gabbiani, il villaggio turistico entro il quale sono situate. Arrivarono poi due formidabili arrampicatori: Renato Bardi e Filippo Lenzi. Approdarono con la barca alla spiaggia del Ginepro, portando un generatore, e un cavo lungo 40 metri: attrezzature che consentirono una meno faticosa chiodatura. Con tenacia, competenza, e passione, aprirono e resero sicuri parecchi altri itinerari. Sulle spiagge della Costa dei Gabbiani era approdato con loro anche il freeclimbing. E miglior approdo non poteva trovare. In quei luoghi, infatti, è racchiusa l’essenza stessa della natura che qui raggiunge la sua massima espressione: arrampicare, effettuare escursioni, e semplici rilassanti passeggiate, sarà allora un modo diverso per godere anche di un mare stupendo.

 

e.e.

 

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S. Mamiliano e l’Isola di Montecristo

Luglio 2nd, 2008 · No Comments

SAN MAMILIANO e L’Isola di Montecristo  

Non si può narrare la storia dell’isola di Montecristo, senza prima esserci soffermati sulla leggendaria figura di San Mamiliano. Rimandando quindi ad altra occasione il racconto delle vicissitudini che hanno caratterizzato la storia di quel misterioso monte, che improvvisamente sorge dal mare, ora desideriamo soffermarci sulla storia di Mamiliano. Una figura leggendaria, s’è detto, proprio perché la sua vita rasenta la leggenda, e forse di leggenda si tratta. Ma, com’è noto, le leggende nascono dal popolo ed hanno quindi un fondo di verità. Tramandate ai posteri nel corso dei secoli, sono arrivate fino a noi via-via modificandosi anche in modo sostanziale, a guisa di quanto i mutati climi storico-politici-religiosi influenzarono i tempi. Per quanto riguarda S. Mamiliano, la leggenda più accreditata, narra che, nel V secolo, questi sarebbe stato vescovo di Palermo. In seguito alla persecuzioni, fu fatto prigioniero dai vandali comandati dal loro Re Genserico, che l’avrebbe poi venduto come schiavo, e trasferito in Africa. Riuscito miracolosamente a fuggire, si rifugiò dapprima in Sardegna, poi all’Elba, ponendosi quindi alla ricerca di un luogo più isolato e solitario dove ritirarsi. Scelse infine (455?) un’isola chiamata Mons Jovis (antecedentemente i greci la chiamarono Ocrasia, ed i romani Oglasa): Mamiliano la ribattezzò con il più consono nome di Mons Christi. Lo seguirono alcuni compagni di fede dal nome alquanto ostico: Gobuldeo, Lustro, Vindemio, Rustico e Infante.   Narra la leggenda che, appena giunto sull’isola, San Mamiliano lottò con un drago e lo uccise (altri dicono che lo ammansì): battè poi sulla roccia da cui zampillò quell’acqua freschissima che ancor oggi scende in cascatelle verso il mare, dando vita alle piante ed agli animali che vivono in stato selvaggio nell’isola. Nei dintorni della grotta,  che divenne la sua dimora, si scorgono ancora le orme del santo impresse nel granito. San Mamiliano e i suoi seguaci, insieme ad altri monaci, che avevano seguito il loro esempio, fondarono un monastero che intitolarono Monte Cristo. La vita di Mamiliano sull’isola fu però una breve sosta di pace contemplativa perché morì poco dopo (15 settembre 460). La fama del sant’uomo non solo raggiunse tutte le isole circostanti, ma arrivò perfino sul continente dove tuttora esistono luoghi nei quali il santo è venerato. La leggenda diventa tregenda quando narra della morte del santo. Secondo gli accordi stabiliti con i suoi fedeli, questi ne sarebbero venuti a conoscenza quando una colonna di fumo bianco si sarebbe levata dall’isola. Avvistato il segnale, gli abitanti delle isole vicine fecero a gara per arrivare a Montecristo, alfine di impossessarsi del corpo del sant’uomo, quale reliquia da venerare ed alla quale chiedere grazie. Sembra che per primi siano arrivati gli elbani, immediatamente seguiti dagli abitanti del Giglio: sorse allora tra di loro una tremenda disputa per il possesso della salma. Gli elbani ebbero la meglio, ma i gigliesi riuscirono ad impossessarsi di un braccio staccato dal corpo di Mamiliano. La preziosa reliquia fu portata sulla loro isola dove tuttora, il 15 settembre, si venera il reliquiario d’argento contenente il braccio del santo, divenuto il patrono del Giglio. La realtà sembra però ben diversa. Le spoglie del santo sarebbero rimaste a Montecristo fino al IX secolo, quando l’incalzare delle scorrerie piratesche ne consigliarono la traslazione sul continente (forse a Civitavecchia). Di fatto, le reliquie si trovano oggi a Roma, a Pisa, all’Elba, e come abbiamo visto, al Giglio.

 e.e.

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Capoliveri

Giugno 9th, 2008 · No Comments

Un borgo incantevole ai piedi del Monte Calamita. L’etimologia del suo nome –Caput Liberum- deriverebbe, secondo alcuni, dal fatto che ai tempi dell’Impero Romano vi si potevano rifugiare gli ex schiavi, o chi era stato travolto dai debiti; altri, invece, preferiscono riferirla al culto del dio Liber –Bacco- che ben si addice –almeno in passato- ad uno dei luoghi più vinicoli dell’isola.

Paese di antiche origini, Capoliveri subì invasioni barbaresche e dominazioni di ogni genere nel corso della sua storia. Costruito con una struttura che si snoda circolarmente seguendo le isoipse del colle sul quale è abbarbicato, e dal quale domina la piana di Mola, il Golfo Stella e Porto Azzurro, ha case semplici con vecchi e chiari intonaci: l’ambiente è paesano e pittoresco. Gelosissimo del proprio passato (dal quale sono poi nate le sue tradizioni anarchiche e indipendentistiche), aveva il privilegio di essere al di fuori delle maggiori correnti turistiche e di godere quindi di una particolare tranquillità.

La sua economia da sempre basata sulle miniere, sull’agricoltura e sulla pesca, andava via-via evolvendosi verso quel turismo che tanto doveva modificare le consuetudini e la vita dei suoi 2000 operosi abitanti. Recentemente ci si è però resi conto che basare l’economia sul solo turismo estivo, poteva non bastare: ecco allora imporsi un ritorno ad una attività agricola che tanto avevano in passato contribuito ad alleviare il non certo allettante tenore di vita della popolazione: la coltura della vite. Una diversificazione che si ha incontrato il favore di parecchie persone lungimiranti, le quali non hanno lesinato nell’investire capitali in questo ormai quasi dismesso settore.

In particolare, alla Fattoria delle Ripalte si è provveduto a dissodare dapprima il terreno (sei ettari), poi a scegliere il viticcio più adatto. In questo non facile compito si è particolarmente adoperato il dott. Meletti Cavallari assai esperto nel settore. Egli, dopo parecchi studi, ha individuato nell’aleatico il viticcio che meglio si sarebbe adattato al all’aridità del terreno. Il tutto anche per dare seguito ad una tradizione da tempo interrotta, ma che in passato era stata la principale produzione della Tenuta delle Ripalte. Il dott. Meletti Cavallari ha ritenuto poi che diversificare il prodotto sarebbe stata cosa commercialmente da valutare: ecco allora l’impianto del vermentino su altri due ettari. Entrambe le prime produzioni hanno riservato esiti soddisfacenti, tanto da ritenere indispensabile la realizzazione di un’apposita cantina. A questo compito ha provveduto l’architetto Tobia Scarpa: il progetto da lui approntato non poteva che essere ampiamente positivo. Le soluzioni adottate dovevano tener conto dell’eventuale impatto ambientale in una zona particolarmente soggetta a vincoli. Ed il risultato ottenuto è stato del tutto soddisfacente, tanto che le autorizzazioni richieste hanno avuto il benestare degli Enti preposti: si potrà ora procedere alla realizzazione del manufatto.

e.e.

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LA MAGNALONGA

Maggio 29th, 2008 · No Comments

Certamente la magnalonga non fa parte di quell’Elba da sempre descritta come l’isola in cui natura, poesia, romanticismo, danno quell’immagine oleografica che tanto ha contribuito alla sua conoscenza, ed al suo affermarsi. Tuttavia è giusto dare spazio e pubblicità anche ad alternative che poetiche forse non sono, ma che fanno da corollario all’immagine di cui sopra: la magnalonga, appunto. Un’iniziativa non meno…appetita che trova spazio tra le manifestazioni programmate da Capoliveri. Il percorso enograstronomicosportivo parte dal centro storico del paese, e si snoda lungo i sentieri più suggestivi immergendosi in quella spettacolare natura che, per l’occasione, passerà forse in secondo piano, ma che sarà certamente ammirata erispettata da tutti i partecipanti. Lungo il tracciato, che in dieci chilomentri raggiungerà il promontorio di Calamita (su cui sorge la Costa dei Gabbiani), saranno allestiti stand gastronomici curati dai migliori ristoranti. Sarà veramente una festa, ed il parteciparvi sarà un modo per conoscere questo stupendo pezzo dell’Elba…purchè si riesca a limitare l’invitante proposta enologica.

e.e.

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LA NASCITA dell’ARCIPELAGO TOSCANO SECONDO LE LEGGENDE

Maggio 29th, 2008 · No Comments

Un’aura mitica ha lungamente aleggiato sulle isole dell’Arcipelago Toscano, che la leggenda vuole siano nate dalle acque quando Afrodite, la dea greca della bellezza e dell’amore (in seguito identificata con la Venere romana alla quale furono attribuiti anche tutti i miti, le virtù –poche- e gli amori –tanti- di Afrodite) venne al mondo. La dea dunque sarebbe nata, come narra Esiodo (in contrapposizione a quanto invece sostiene Omero) dalla schiuma (afros) del mare, emergendone già donna. Ed è per ciò che era anche chiamata Anadyomene, ossia, colei che esce dal mare.

Nella foga di raggiungere la riva (dove l’attendeva il non meno morigerato Eros) il monile che portava si ruppe, e le gemme che lo componevano caddero in mare, ma, anziché sprofondare negli abissi, si fermarono sulla superficie formando quelle isole che ora si identificano con i nomi di Gorgona, Capraia, Pianosa, Montecristo, Giglio, Giannutri. Gemme tutte che contornano quella più grande e più bella: Elba.

Per Omero la faccenda si sarebbe invece svolta ben diversamente: la suddetta dea era una signora gentile, disponibile, distratta, che una mattina, appena sveglia, chiamata d’urgenza dal padre Zeus, tentò di allacciarsi, con le mani ancora intorpidite dal sonno, la preziosa collana che le aveva regalato Adone (uno dei suoi tanti amori). Ma questa le scivolò dalle dita, cadde dall’Olimpo e, chissà come mai, precipitò alcune centinaia di chilometri lontano dalla Grecia: proprio nel tratto di mare che sta di fronte alla costa toscana, tra Livorno e l’Argentario. Era il tempo di avvenimenti strabilianti: le sette grosse perle si trasformarono all’istante in altrettante isole: quelle che ora formano l’Arcipelago Toscano.

La mitologia classica narra anche le fantastiche avventure in cui furono coinvolti gli Argonauti quando Giasone, assieme a 56 uomini, si mise alla ricerca del Vello d’Oro: il vello dell’Ariete Alato. Gli Argonauti, a bordo di una nave costruita da Argo (con l’aiuto di Atena), superando infinite peripezie, sembra siano giunti nel Tirreno attraverso il Po (!) ed il Rodano (!) approdando proprio sulla spiaggia delle Ghiaie, vicino a Portoferraio (così assicura lo storico Apollonio Rodio nel III secolo a.c.).

Altra leggenda attribuisce invece alla remota regina Ilva la costruzione del Volterraio sorto sui ruderi di una necropoli dominante il golfo di Portoferraio.

Ma soprattutto l’Elba era la favolosa isola del ferro che faceva dire a Virgilio: Insula inexhaustis chalybeium generosa metallis…, ossia: fonte generosa di metalli.

Naturalmente l’Arcipelago nacque in altro modo…e su questo argomento ritorneremo prossimamente..

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La leggenda dell’innamorata

Maggio 18th, 2008 · No Comments

Ogni anno, a luglio, si celebra la festa dell’Innamorata: la coraggiosa e determinata fanciulla di Capoliveri, si getta da uno scoglio per salvare il suo innamorato. fatto prigionierio dai pirati. Il corteo celebrativo con molti figuranti, partirà da Capoliveri per raggiungere il golfo che da quel tragico fatto viene chiamato dell’Innamorata.

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